Quando la giustizia italiana ha fallito

03.05.2020

Il 12 Dicembre 1969 comincia un lungo periodo di menzogne all'italiana che sulla carta durerà fino al 3 Maggio 2005, ma che di fatto non si è mai concluso. Nel pomeriggio di quel Dicembre esplode un ordigno alla Banca Nazionale dell'Agricoltura, e ad oggi, nessuno ha pagato per aver spezzato la vita di 17 famiglie.

Scritto da Alessandro Averna

5 min.


È appena passato il '68, caratterizzato dai tumulti studenteschi di ambienti comunisti al fine di ottenere maggiori diritti sociali. L'Italia sta facendo grandissimi passi avanti in questo campo, al punto tale che le forze più conservatrici e "nostalgiche" del Paese non riescono più a guardare il progresso che avanza.

La risposta di costoro inizia nel 1969, quando il paese sarà caratterizzato da diversi attentati terroristici di matrice neofascista, ad opera del gruppo extraparlamentare "Ordine Nuovo", appoggiato da diversi esponenti interni ai ranghi dell'esercito italiano e dei servizi segreti. Tra questi attentati ricordiamo le "Bombe del 25 Aprile", gli ordigni posti sulla rete ferroviaria nazionale nell'Agosto dello stesso anno e, oltrei ai fatti di Piazza Fontana, 3 ordigni posizionati a Roma nella stessa giornata del 12 Dicembre. Tutti questi attentati saranno attribuiti a dei gruppi anarchici, per depistare quelli successivi.

L'obiettivo di queste frange estremiste è quello di portare il Paese nel caos, sperando in una risposta da parte dei loro antagonisti (che arriverà dando inizio agli "anni di piombo"), al fine di accompagnare lo Stato sull'orlo di una guerra civile, riuscendo così, tramite colpo di stato, ad instaurare un regime militare simile a quello franchista in Spagna e alla Giunta dei Colonnelli in Grecia. A conferma di questa ultima dichiarazione vi è una lettera, annunciata dalla testata inglese "The Guardian il 6 Dicembre 1969, che sarebbe stata mandata dal Ministero degli Esteri ellenico al proprio ambasciatore a Roma, dove il proprio governo lo informava del tentativo di instaurare un regime simile a quello ellenico in Italia.

Sono le 16:37 del 12 Dicembre 1969, la Banca Nazionale dell'Agricoltura ha appena aperto ai coltivatori diretti e ai piccoli imprenditori agricoli, che negoziano affari, quand'ecco che un uomo ben vestito entra nell'edificio, pone una valigetta sotto a un tavolo ed esce tranquillamente. Nessuno saprà riconoscerlo. Pochi istanti dopo si ode una deflagrazione: la valigetta conteneva 7 chili di tritolo, il pavimento sotto cui era stata posta scompare, lasciando uno squarcio, le vetrate si frantumano, coloro i quali erano vicini all'epicentro dello scoppio divengono salme irriconoscibili, vi sono membra ovunque.

Contemporaneamente 3 bombe vengono fatte saltare a Roma, e una non esplode sempre a Milano: la valigetta dentro cui era tenuto l'ordigno è uguale a quella utilizzata a Piazza Fontana, ma viene fatta sparire, non nascondendola, ma facendola brillare per "timore che potesse esplodere" per ordine del Procuratore capo Enrico de Peppo, che sottrae l'indagine al proprio sostituto, che avrebbe dovuto occuparsene. Sarebbe stato molto utile avere l'ordigno sano, per poter fare dei confronti con altre bombe della stessa matrice, costituendo quindi delle prove inconfutabili.

Nonostante tutte le prove portino ad altri ambienti, i primi ad essere imputati sono gli anarchici, con Pietro Valpreda e il suo movimento "22 Marzo" in testa. Ma gli stessi servizi segreti smentiranno le indagini sostenendo una ricostruzione dei fatti diversa da quella proposta dal prefetto e addirittura l'infiltrazione di esponenti di estrema destra all'interno del movimento anarchico. Si tratta di membri addirittura espulsi dall'MSI per le loro idee troppo estremiste.

Tra gli indagati vi è un tale Giuseppe Pinelli, anarchico, da tempo tenuto sotto controllo dalla polizia, che mai aveva trovato niente a suo carico. Pinelli sarà tenuto in questura per 72h, oltre il tempo massimo permesso dalla legge. Al termine di queste 72h Pinelli non sarà liberato, ma cadrà dalla finestra del quarto piano, in circostanze sospette. Si dirà che, sotto interrogatorio, Pinelli sia stato messo dinanzi alla sola possibilità di dichiararsi colpevole, e così, per non essere arrestato, si sia suicidato gettandosi autonomamente dalla finestra. Si dichiarerà che i gendarmi abbiano provato a salvare Pinelli, rimanendo con una sua scarpa in mano, ma al momento del ritrovamento il corpo avrà entrambe le scarpe.

Per allontanare i riflettori dal caso Pinelli si dice di aver trovato il vero colpevole, Pietro Valpreda, definito un mostro, peccato che le argomentazioni più forti a carico della sua colpevolezza fossero niente più che vecchie tesi lombrosiane.
Improvvisamente però, in Veneto spuntano i nomi di due neofascisti Giovanni Ventura e Franco Freda, che avevano confidato a un loro amico loro coinvolgimenti con attentati di matrice nera. Questo amico li denuncerà e nelle loro case saranno trovati diversi esplosivi. Si scopre poi che le valigette e i timer sono state acquistati proprio in Veneto, si raccolgono testimoni che incriminano Ordine Nuovo e saltano fuori indizi dei servizi segreti che collegano i due attentatori a qualcosa di ben più alto. A un tratto però i testimoni scompaiono e il processo viene spostato a Catanzaro.

I primi processi del 1985 assolvono in cassazione definitivamente gli anarchici per assenza di prove, ma anche i due neofascisti, dopo averli inizialmente condannati in primo grado. In questo grado di giudizio era stato determinante il coinvolgimento di un tale Guido Giannettini, che riportava, come fonte dei servizi segreti, il coinvolgimento di Freda e di Ordine Nuovo. Giannettini sarà fatto andare via, prima in Francia e poi in Spagna.

Qualche anno dopo un terrorista di Ordine Nuovo, arrestato per la strage di Peteano, confermerà lo stretto rapporto tra servizi segreti e il gruppo terroristico sopracitato, asserendo addirittura di essere stato assoldato per uccidere Mariano Rumor con la complicità della scorta.

Il processo sarà riaperto a Milano negli anni novanta e lo guiderà Guido Salvini, il quale porterà grandissimi passi avanti all'indagine, trovando nuovi testimoni come la figlia dell'avvocato Fusco, uomo di destra legato ai servizi segreti, il quale, a detta della figlia, il 12 Dicembre '69 sarebbe stato diretto di corsa a Milano per fermare l'attentato, ma lungo il tragitto seppe della deflagrazione.
Ordine, ecco quanto sarebbe dovuto essere richiesto dal popolo dopo l'attentato di piazza Fontana, magari con un formale stato di emergenza. E la risposta a questa richiesta di ordine sarebbe dovuto essere il gerarca fascista Junio Valerio Borghese, che un anno dopo la strage avrebbe dovuto occupare coi suoi uomini le sedi dei media per autodichiararsi nuovo capo del governo. Questo progetto sarà annullato all'ultimo momento per mancanza di adeguato supporto, motivo per cui le bombe neofasciste continueranno ad esplodere.

Il 3 Maggio 2005 l'ultimo processo circa la strage di piazza Fontana si esaurisce nell'assoluzione di tutti gli indagati dopo nuovi depistaggi e insabbiamenti che hanno addirittura segnalato e fatto arrivare esposti al direttore delle indagini, Guido Salvini. Viene in qualche modo confermata la responsabilità neofascista, ma nessuno finirà in carcere come esecutore materiale o mandante confermato dei fatti del 12 Dicembre 1969.

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